colpiva ma non troncava: chiudere – in effetti – avrebbe significato rinunciare alla sua posizione di dominio in quella dinamica di manipolazione

Sono iscritta a questo gruppo solo da poche ore e volevo intanto ringraziare tutt* per gli spunti e l’approccio ironico che apprezzo tantissimo.

La mia storia non è – come immaginate – molto diversa dalla vostra. Per fortuna si è risolta presto e – sebbene la mia bambina interiore per qualche tempo ha scalciato e sofferto – mi sento consapevole e sicura del fatto che l’adulta ha sedimentato la decisione di guardare al futuro con sicurezza e speranza. Vorrei quindi offrirla a questa comunità sperando che possa essere d’aiuto così come le vostre hanno aiutato me.

b98522491da370041cce5dc2c26af45bCi siamo conosciuti all’inizio di quest’anno. Sono stati mesi bellissimi. Mi sentivo finalmente riconosciuta. Per una volta la mia indipendenza, il mio coraggio, l’intraprendenza, la voglia di cambiare le cose (sono un’attivista ambientalista e femminista) venivano lodate da un uomo invece che costituire una minaccia. L’intesa sessuale e la passione di grande intensità. Nella fase di love bombing mi ha messo sul piedistallo. “Ma che ci fa una persona così speciale con un ragazzo normale come me?” mi diceva spesso. Alimentata e motivata da questo amore ho deciso di aprirgli il mio cuore, l’ho presentato alla mia famiglia, ho accolto suo figlio nella mia vita, ho negoziato con il mio capo delle modalità di lavoro da remoto (lui vive cinque settimane all’estero e quattro qui a Roma per lavoro) in modo da poter accorciare la distanza. Ed infine il progetto di vivere insieme. Tutto da manuale. Ero la donna che gli aveva fatto perdere la testa. Quella che aveva aspettato per cinquant’anni e che finalmente era arrivata per riempire il resto della sua vita d’amore e felicità.

C’erano delle piccole ma frequenti discussioni tra noi durante le quali utilizzava molto spesso il registro del sarcasmo. Non l’ho mai apprezzato e mi sono spesso sottratta alle discussioni fatte in questi termini dicendogli che potevo discutere di tutto (anche litigare) ma ritenevo i suoi toni passivi-aggressivi e manipolatori, che se il suo sarcasmo era un modo per esprimere il suo mondo interiore (i dispiaceri, le cose che non andavano, le cose che non gli piacevano di me) avrebbe dovuto parlarmene, certo, ma non in questo modo. Oppure alzava un muro, si spegneva: in alcune di queste occasioni – in effetti – mi era passato per la testa che avessi a che fare con una persona emotivamente scadente, incapace di esprimere i propri bisogni sentimentali. Mi aveva parlato a volte, in termini superficiali, dei suoi traumi infantili: l’abbandono del padre sopratutto.

Ciò nonostante a volte si riusciva a parlare delle dinamiche che ci inceppavano ed alcune – nella mia percezione – venivano anche risolte. Si andava quindi avanti.

Ammetto che la mia “pratica femminista” (chiamo così la mia costante ricerca di modelli di relazione – amicale, professionale, sentimentale – che si basino sui principi dell’equità) ed il mio impegno a combattere modalità di linguaggio prevaricatrici, abusive o – più semplicemente di matrice culturale patriarcale – avevano fatto sì che si accendessero dei campanelli d’allarme. Ma in queste conversazioni, nella maggior parte dei casi, lui ammetteva di sentirsi condizionato dalla sua cultura familiare e di aver evidentemente interiorizzato alcune di queste pratiche e comportamenti. Questa cosa me lo faceva amare ancora di più ad essere sincera. Quanti uomini sono davvero in grado di ammettere che è necessario lavorare su se stessi per andare oltre stereotipi e comportamenti non equi nei confronti delle donne o in generale degli altr*?

apparenza_aMa lo faceva evidentemente solo a parole.
Per tenere in piedi il teatro amoroso di cui anche lui aveva bisogno per riflettere un’immagine migliore di se. In realtà tutte le cose che lodava di me (intraprendenza, apertura, coraggio, empatia) andavano bene fino a quando non entravano in collisione con la nostra vita di tutti i giorni.

Forse questa mia “resistenza” ai suoi tentativi (inconsci o meno) di manipolazione ha accelerato il processo narcisistico. A seguito di una singola discussione sulla casa da affittare insieme si è arrabbiato e chiuso in se stesso, ha cominciato a negarsi, scrivermi solo via messaggio con toni che non si sarebbe mai permesso neanche con l’ultima delle baby sitter di suo figlio. “Quando avrò tempo parleremo” scriveva “per adesso sei confusa, incoerente, pesante, non ho voglia di vederti”, o ancora, “mi pare evidente che non vogliamo la stessa cosa. Fine”.

E se gli chiedevo terrorizzata se intendesse la fine della nostra relazione mi rispondeva “fine del nostro progetto di convivenza. Faremo i fidanzatini come abbiamo fatto finora”.

Insomma colpiva ma non troncava: chiudere – in effetti – avrebbe significato rinunciare alla sua posizione di dominio in quella dinamica di manipolazione. Sassate che mi hanno fatto entrare in uno stato d’ansia totale. Provavo a chiamarlo, gli scrivevo che mi sembrava assurdo che per una singola discussione lui si chiudesse a riccio e fosse capace con un click di interrompere la comunicazione con quella che definiva persona più importante della sua vita. Per due o tre giorni ho smesso di dormire, non mangiavo, ero in preda al panico ma ho fatto la cosa migliore che potessi fare: ho chiesto aiuto.

Sono andata a trovare un’amica terapeuta che lavora nei centri anti-violenza che dopo avermi ascoltato mi ha detto delle cose che hanno – lì per lì – tolto il microfono alla mia bambina interiore dilaniata dall’ansia e con il cuore in frantumi per dare il palco alla donna adulta, autodeterminata e piena d’amore per gli altri e per se stessa che so di essere.

Le sue parole hanno rimbombato pesantemente dentro di me nei giorni seguenti: “Tu non hai fatto niente per meritare questo trattamento. La punizione del silenzio a cui ti sta sottoponendo è una forma di abuso emotivo, un comportamento passivo e aggressivo che funziona benissimo perchè chi ne è vittima attiva nel cervello gli stessi impulsi neurali del dolore fisico e lo elabora come se fosse una violenza fisica. Sei a pezzi e l’unica cosa che puoi fare è applicare il principio di realtà: sei vittima di un abuso, lui ha il pieno controllo di questa dinamica in questo momento utilizzando il silenzio (in effetti, come si può trovare la soluzione ad una discussione se l’altro non parla?), ti devi sottrarre ad un vero e proprio atto violento e lavorare allo stress post traumatico che stai vivendo con l’aiuto di qualcuno”.

Non smetterò mai di ringraziarla.

Poco dopo ho avuto la mia prima seduta con la mia nuova terapeuta con cui abbiamo lavorato con il metodo emdr.

Dopo diversi giorni di silenzio assoluto, infine, ho ricevuto un suo messaggio.

Giovedì o venerdì sera?”. Rispondeva – immagino – alle mie precedenti richieste di vederci e parlare da adulti della questione.

L’ho trovato disumano e di una cafonaggine indicibile.

Ho sofferto, certo, ma ormai la conversazione per me era passata dall’essere incomprensibile (la fase in cui lo imploravo di spiegarmi cosa fosse successo, cosa avessi fatto per meritarmi un trattamento del genere) all’essere inaccettabile.

Non ho mai risposto. Neanche ai messaggi dei giorni seguenti. “Non sei più interessata? Troppi impegni? Basta anche un si o un no così mi organizzo con gli impegni familiari”.

Mesi prima, senza saperlo, mi ero fatta un regalo bellissimo. Avevo prenotato un viaggio di tre settimane in Africa. Una spedizione 4×4 che mi ha fiondato dall’altra parte del mondo in mezzo alla natura selvaggia e meravigliosa: l’oceano, le balene, il deserto, le montagne, le foreste e gli elefanti. Ogni mattina canticchiavo come fosse un mantra una delle mie canzoni preferite: Altrove di Morgan.

Le due strofe che ripetevo a me stessa come una preghiera erano:

Ho deciso di perdermi nel mondo
anche se sprofondo
lascio che le cose
mi portino altrove.
Ho deciso di perdermi nel mondo
anche se sprofondo
applico alla vita
i puntini di sospensione
che nell’incosciente
non c’è negazione.

Che nell’incosciente non c’è negazione – ho fatto psicoanalisi in diverse fasi della mia vita – lo sapevo già ma un sogno che ho fatto mentre ero in viaggio me lo ha ricordato e chiarito ancora una volta.

Ero su un aereo che mi stava portando in un luogo meraviglioso, ero contenta ed eccitata dall’idea del viaggio (lui è un comandante di aerei civili). Il mio stato di felicità veniva interrotto dalla voce del comandante che – con lo stesso tono con cui avrebbe detto “allacciate le cinture” mi chiamava per nome e cognome per una comunicazione urgente. Poiché io non intendevo alzarmi il primo ufficiale mi raggiungeva al mio posto. Continuavo a rifiutarmi di raggiungere il cockpit per parlare con lui ed il primo ufficiale mi diceva quasi spaventato: “Capisco, ma c’è qualcosa che posso dirgli? Ha qualche consiglio? Me ne dica almeno tre per favore”. Ci pensavo su e rispondevo: “ Chieda scusa che lasciarsi alle spalle conti in sospeso di questo tipo non è proprio geniale, si cerchi un terapeuta – uno bravo però- che certi problemi relazionali hanno radici profonde. Infine: non mi cerchi mai più”. Mi sono svegliata ridendo e mentre la mia compagna di viaggio mi guardava come fossi pazza le cantavo ridanciana che “nell’incosciente non c’è negazione”!

Se siete arrivat* alla fine di questo mio lungo post (neanche io pensavo che avrei scritto così tanto) vi ringrazio infinitamente per l’ascolto: un regalo sempre bello da ricevere.

Non so se c’è una morale in queste mie parole condivise con voi e, se c’è, spero siate voi a trovarla.

Ma se sono riuscita a riconoscere il danno e la ferita devo ringraziare tutte le donne della mia vita che mi hanno insegnato che nessuno può avere il controllo sulla mia vita e che la decisione di autodeterminarsi è la migliore che qualsiasi persona possa fare ma anche alcuni ex-compagni che ho amato prima di lui che sono stati la prova dell’esistenza di uomini capaci di prendersi cura e riparare con amore disinteressato e sano.

La mia ferita si sta rimarginando più velocemente di quanto immaginassi e quando assisto più o meno coscientemente alla guarigione diventa più la testimonianza della mia capacità di volermi bene che altro.

Buona fortuna a tutte noi.

C.C.

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grazie di ❤ per questa meravigliosa testimonianza e condivisione.
Una di noi che ce l’ha fatta, che ce la fa.

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