Voglio stare bene

Narcisismo Patologico

“Ciao, come si può guarire da questo?
Come faccio a far tornare la mia testa come prima?
Questa storia mi ha cambiato e nei momenti di lucidità capisco che non è stata una grande storia, ho passato più  tempo a sentirmi sbagliata, a piangere, a cercare di dare spiegazioni sul dopo, che a stare bene. Poi ogni tanto ci sentiamo. Per colpa mia.
E nella mia testa le conversazioni con lui funzionano in 3 step:
1. lui parta senza rabbia della nostra relazione con una voce piatta ed io rinango a bocca aperta perchè mi descrive come io descriverei lui
2. man mano che parla penso: “cavolo però forse ho visto male io le cose ed è veramente come dice lui
3. chiudo il telefono ripenso alla conversazione e mi arrabbio con me stessa perchè non ho dato le risposte che volevo.

Io non so perché mi faccio fare un lavaggio del cervello. La colpa è la mia e so che glielo permetto. Voglio solo sapere come guarire… come tornare ad essere me stessa e ad avere il pieno delle mie azioni e decisioni. Non voglio “sperare” di vederlo poi, quando lo incontro per caso, non sto bene… non voglio nemmeno chiedermi chissà come sarà con la nuova fidanzata…

Voglio stare bene.”

 

da Una di Noi

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Il Narcisismo non va in vacanza!

Narcisismo Patologico
“Buonasera.. scusate lo sfogo, sto attraversando un periodo bruttissimo, merito di mia suocera narcisista.. è proprio un essere spregevole, fa sentire il figlio in colpa x tutto anche x delle banalità, ha avuto il coraggio di dire che secondo lei conta più lei e poi veniamo io e mio figlio.
In tutto ció mio marito sembra nn avere il coraggio di reagire. Noi non facciamo altro che litigare in questo periodo. Volevo semplicemente chiedere se un aiuto dallo psicologo possa servire x far tenere le giuste distanze dalla madre, dato che lo riesce a manipolare per bene ogni volta? Se continua così il nostro matrimonio non durerà a lungo.
Scusate lo sfogo.
In tutto ciò la madre ha anche l’appoggio della figlia (sorella di mio marito) che caratterialmente è uguale alla madre. Ha trattato il fratello malissimo e anche a me. Lui come sempre fa finta ke nn sia successo nulla,io nn so più ke fare. Sono delusa da mio marito di più, xké loro due sono soltanto delle pazze e lui cosi facendo sembra fare il loro gioco. Evidentemente contano davvero di più la madre e la sorella e non io e il figlio.”

da una lettrice della pagina.
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il Nutrimento (quello vero)

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La sfida più grande, la medicina migliore e la cura suprema è trovare, nella vita, ciò che davvero ci nutre. E questo non può farlo nessuno al posto nostro. Solo che dobbiamo assaggiare molti piatti prima di capirlo davvero. Una volta capito, sarà sempre più facile trovare il nostro alimento o allontanarci da ciò che non ci nutre o ci avvelena.

Buona ricerca a tutte e a tutti!

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AUGURI DI BUONA UTOPIA!

auguri di buona utopia

AUGURI DI BUONA UTOPIA!
“Ora che ho vissuto la mia vita fino a questo punto,
posso affermare che non c’è niente di donchisciottesco
nel voler cambiare il mondo.
E’ possibile.
E’ il mestiere al quale l’umanità si è dedicata da sempre.
Non concepisco una vita migliore di quella vissuta con entusiasmo,
dedicata alle utopie,
al rifiuto ostinato dell’inevitabilità del caos e dello sconforto ( … ).

L’importante, me ne rendo conto ora,
non è vedere tutti i propri sogni già realizzati,
ma continuare ostinatamente a sognarli”.


Gioconda Belli – scrittrice e poetessa nicaraguese

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La violenza/assenza.. riconoscere ed evitare

La violenza/assenza fa male e va identificata.

Anche l’assenza di persone a cui teniamo fa male ed andrebbe evitata mollando aspettative irreali.
La violenza/assenza riguarda invece persone che affermano di essere legate a noi: genitori, mariti, mogli, amici e invece si avvicinano solo per avere qualcosa in cambio.

O mi dai o non esisti è il nocciolo della violenza/assenza.

Da qui si potrebbero aprire grandi dissertazioni filosofiche sulla qualità delle relazioni oggi… ci basti ripulire e tenere pulito il nostro piccolo orticello.

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Distanze obbligate

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Ogni tanto ripenso a tutte le volte che mi hanno avvelenato e poi accusato di essere velenosa. Mi hanno pestato un piede e, invece di scusarsi, mi hanno accusato di averglielo messo sotto io…  questa è la pochezza dei narcisi, questa è la pochezza delle persone da cui bisogna ben prendere le distanze: emotive e fisiche.
Oggi il radar mi suona subito e, visto che viviamo in un mondo dove non si parla altro che di violenza e soprusi, alimentando queste forme pensiero in maniera esagerata, tantissime persone hanno bisogno di liberarsi di questi fardelli.

Non diventiamo i cassonetti emotivi di NESSUNO!
#aForzaDiFarcelaCeLaFacciamo ♡

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La trasformazione del silenzio in linguaggio e azione

Spesso penso che devo dire ciò che per me è importante, verbalizzarlo, condividerlo, anche a rischio di essere rifiutata o fraintesa. E’ solo che dirlo mi fa bene, al di là di qualsiasi altro effetto.

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Audre Lorde (left) with writers Meridel Le Sueur (middle) and Adrienne Rich (right) at a writing workshop in Austin, Texas, 1980

IO sono qui come una poeta lesbica nera, e questo perché sono ancora viva, eventualità che poteva anche non sussistere.
Meno di due mesi fa due medici, un uomo e una donna, mi dissero che dovevo sottopormi ad un intervento alla mammella e che avevo tra il 60 e l’80 percento di possibilità che il tumore fosse maligno.
Fra queste parole e l’intervento trascorsi 3 settimane di agonia durante le quali dovetti riorganizzare, senza volerlo, tutta la mia vita. I’intervento passò ed il tumore era benigno. Però, durante queste 3 settimane, dovetti tornare su me stessa e sulla mia vita con un imprescindibile e urgente lucidità che mi ha fatto tremare ancora di più.
E’ una condizione che spesso oggi devono affrontare molte donne.
Quello che sperimentai in questo periodo mi aiutò molto a capire ciò che oggi sento riguardo la trasformazione del silenzio in linguaggio e azione.
Al prendere forzatamente consapevolezza della mia mortalità, di quello che desideravo e volevo dalla mia vita, durasse ciò che durasse, le priorità e le omissioni apparvero sotto una luce spietata, e ciò di cui mi pentii maggiormente furono i miei silenzi.
Cos’è che mi spaventava tanto?
Discutere o dire ciò che pensavo poteva causare dolore o morte.
Ma tutte soffriamo in tanti modi e per tanto tempo, finché quel dolore non diminuisce o scompare. La morte non è altro che il silenzio ultimo. E può arrivare velocemente, anche adesso, al di là di ciò che ho detto o che avrei voluto dire.
Solo che avevo tradito me stessa con questi piccoli silenzi, pensando che un giorno avrei parlato, o sperando che altri parlassero.
Cominciai a riconoscere un punto di forza dentro di me e a rendermi conto che non dovevo aver paura, che la forza consisteva nell’imparare a vedere la paura da un’altra prospettiva.
Sarei morta, presto o tardi, sia che avessi parlato sia che non lo avessi fatto. I miei silenzi non mi avrebbero protetto. E nemmeno proteggeranno voi. Ma le parole che avevo detto, i tentativi che avevo fatto di parlare delle verità che ancora perseguo, mi avvicinarono ad altre donne, e insieme esaminammo le parole adeguate al mondo in cui credevamo, al di là delle nostre differenze. E fu la preoccupazione e l’attenzione di tutte queste donne che mi diede la forza e mi permise di analizzare l’Essenza della mia vita.
Le donne che mi aiutarono in questa fase furono nere e bianche, giovani e vecchie, lesbiche, bisessuali, eterosessuali ma TUTTE condividevano la LOTTA contro la TIRANNIA DEL SILENZIO.
Tutte loro mi diedero la forza e il sostegno senza i quali non sarei sopravvissuta intatta. In queste settimane di tremenda paura – in guerra tutte lottiamo, sottilmente o meno, coscientemente o meno, contro le forze della morte – compresi che io non ero solo una vittima, ma anche una guerriera.
Che parole mancano ancora? Che bisogna dire? Quali tirannie cercano di inghiottirci ogni giorno? Cercano di soffocarci e farci morire, sempre in silenzio?
Forse per alcune di voi io oggi rappresento una delle vostre paure, perché sono donna, perché sono nera, perché sono lesbica, perché sono me stessa, perché sono una poeta guerriera nera che sta facendo il suo lavoro. E allora vi chiedo: state facendo il vostro lavoro?
E naturalmente ho paura, perché la trasformazione del silenzio in linguaggio e azione è un atto di auto-rivelazione e che sembra sempre irto di pericoli.
Ma mia figlia, quando le parlai di questo argomento e delle mie difficoltà, mi disse: “Parla di come non si è mai una persona completa se si rimane in silenzio, perché c’è sempre quel pezzetto di te che vuole uscire, e che se si ignora è sempre più arrabbiato e irritato, e se non lo si lascia uscire un giorno dirà BASTA! e ti darà un pugno in bocca da dentro.”
Perseguendo gli interessi del silenzio ognuno di noi distoglie lo sguardo dalle proprie paure – paura del disprezzo, della censura, della condanna, del riconoscimento, della sfiducia, dell’annientamento. Ma più di tutto credo che abbiamo paura della visibilità, senza la quale però non si può veramente vivere. In questo paese dove la differenza razziale crea una costante, anche se non esplicita, distorsione della realtà, le donne nere sono state molto visibili da un lato, mentre dall’altro ci hanno reso invisibili tramite la spersonalizzazione del razzismo.
Anche all’interno del movimento delle donne abbiamo dovuto lottare, e continuiamo a farlo, per recuperare quella visibilità che al tempo stesso ci rende anche più vulnerabili: quella di essere nere.
Perché per sopravvivere in questa bocca di drago chiamata America, abbiamo dovuto imparare questa prima lezione, la più importante, e cioè non speràvano che noi saremmo sopravvissute: come esseri umani, NERE o no.
E’ questa visibilità che ci rende vulnerabili, ma che è anche il nostro punto di forza.
Perché in ogni modo l’ingranaggio proverà a schiacciarci, sia che abbiamo parlato o meno. Possiamo sederci in un angolo e ammutolirci per sempre, mentre le nostre sorelle e quelle che sono uguali a noi vengono disprezzate, mentre i nostri figli perdono le loro sembianze e vengono distrutti, mentre la nostra terra viene avvelenata; possiamo scegliere di rimanere ferme, nei nostri angoli sicuri, zitte come bottiglie, e continueremmo ad aver paura.
A casa mia si celebra quest’anno la festa di Kwanza, la festa Afro-americana del raccolto, che inizia il giorno dopo Natale e dura sette giorni.
Ci sono sette principi di Kwanza, uno per ogni giorno.
Il primo principio è UMOJA, che significa unità, la decisione di lottare per l’unità e mantenerla dentro di noi e nella comunità.
il secondo giorno, Il principio di ieri, era KUJICHAGULIA: l’autodeterminazione, la scelta di definire noi stesse, di nominarci, di parlare di noi stesse invece di essere identificate da altri.
Oggi è il terzo giorno di Kwanza e il principio di oggi è UJIMA: il lavoro collettivo e le responsabilità, la decisione di costruire e conservare insieme le nostre comunità, di riconoscere e risolvere unite i nostri problemi.
Ognuna di noi si trova qui perché in un modo o nell’altro condividiamo un qualcosa con il linguaggio e col potere del linguaggio, e per recuperare quel linguaggio che è stato utilizzato contro di noi.
Nella trasformazione del silenzio in linguaggio e in azione, è vitale per noi stabilire ed esaminare la funzione di questa stessa trasformazione e riconoscerne il suo ruolo.
Per coloro alle quali scriviamo, è necessario esaminare non solo la verità che diciamo ma la verità del linguaggio che utilizziamo. Per altre, si tratta di condividere e diffondere quelle parole che significano tanto per noi. Però all’inizio, per tutte noi, è necessario insegnare con la vita e con le parole quelle verità in cui crediamo e che conosciamo al di là della nostra comprensione. Perché soltanto così sopravviveremo, partecipando ad un processo di vita creativo, continuo e in crescita.
E tutto questo si farà sempre con paura: della visibilità, della dura realtà dell’analisi, del giudizio, del dolore, della morte. Però, ad eccezione della morte, noi abbiamo già superato tutto questo e lo abbiamo fatto in silenzio. Spesso penso che se fossi nata muta, o se avessi mantenuto un giuramento di silenzio per tutta la mia vita, avrei sofferto lo stesso e sarei comunque morta. E’ bene ricordarlo, per non perdere la prospettiva.
E quando le parole delle donne esigono di essere ascoltate, ognuna di noi deve esigere di riconoscere la propria responsabilità nel tirar fuori quelle parole, leggerle, condividerle ed esaminarle in base alla propria vita. Non nascondiamoci dietro le false separazioni che ci sono state imposte e che troppo spesso accettiamo come se fossero nostre. Per esempio: “non posso insegnare la letteratura delle donne nere perché la loro esperienza è differente dalla mia”. Ciò nonostante, da quanti anni vengono insegnati Platone, Shakespeare e Proust? O: “Lei è una donna bianca, e pertanto cosa mi può dire?” o: “ Lei è lesbica?… cosa dirà mio marito, o il mio capo” o ..ancora : “Questa donna scrive sui suoi figli, e io non sono una mamma.” E così nei tanti modi in cui ci sottraiamo le une alle altre.
Possiamo imparare a lavorare e a parlare nonostante la paura, allo stesso modo in cui impariamo a lavorare e a parlare nonostante la stanchezza. Siamo state educate a rispettare più la paura che la nostra necessità di comunicare e definire, ma se aspettiamo in silenzio che arrivi il coraggio, il peso del silenzio ci farà annegare.
Il fatto che siamo qui e che io sia qui a dirvi queste parole, è di per sé un intento di rompere questo silenzio e tendere un ponte sopra le nostre differenze, perché non sono le differenze quelle che ci immobilizzano, bensì il silenzio.

E ci sono molti silenzi da spezzare.

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traduzione di flavia magnifici per MFLA (radio onda rossa) – novembre 2010
“La hermana, la extranjera”, Colleccion La Cosecha de nuestras madres- traduccion de Msria Corniero, 2003
“Sister Outsider”. The Crossing Press/Feminist Series, 1984.
 
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