Il dolore è come una camicia di forza…

La testimonianza di una lettrice della pagina, una testimonianza di lotta, coraggio e Amore


Il dolore è come una camicia di forza…

Credi di impazzire e desideri solo strappartelo da dentro, estirparlo
Ti dimeni, ti disperi, urli, sbraiti, ti ribelli, ti getti a terra, ti sloghi magari una spalla nel tentativo disperato di sfilarti e liberarti da quella morsa.

Ma poi, con la bava alla bocca, stremata e con la faccia schiacciata sul pavimento capisci che non hai altra possibilità che abbandonarti, arrenderti, fermarti.
Inizi a sentire il corpo allentare la tensione cadendo in un letargo emotivo fino a non sentire quasi più niente.
Scorrono i giorni e quel dolore insopportabile diventa un nuovo grembo per il tempo necessario a rinascere.
E così smetti di scalpitare, di opporti.
Inizi ad accettarlo, lasci che ti attraversi nelle ossa, nelle vene, nei muscoli del volto e nelle mandibole contratte.
Che passi in ogni fibra, in ogni singolo pensiero. Accetti la sua compagnia, lasci che faccia la sua parte, il suo decorso, che ti riporti in vita.

E aspetti, aspetti un tempo che sembra non finire mai e poi arriva un giorno in cui un laccetto in meno inizia a tenere e poi un altro e un altro ancora finché si districano tutti.

A quel punto incredula liberi le braccia da quella morsa che quasi toglieva il respiro e opprimeva il petto e senti che si abbandonano senza forza cadendo verso il basso a peso morto.

In realtà non si pensa mai che in quella posizione si è costretti a chiudersi in un abbraccio, si è obbligati a tenersi stretti, avvolti dalle stesse braccia intorno a se.
Si è costretti a sentire il cuore che batte e lo fa nonostante non ne abbia più un motivo, nonostante sia a pezzi.
Si è costretti a stare fermi per essere in empatia con il dolore stesso, per essere una cosa sola, per evitare di scacciarlo, di non elaborare, di non metabolizzarlo attraverso l’azione, il fare, attraverso la bulimia del movimento che costringe la mente ad ignorarlo.
Ma è proprio quell’abbraccio ad impedire di andare in frantumi.
È come le bende di una mummia, è come la garza per una frattura, è come l’utero per un neonato, è come la pelle di un serpente. È come se, quello stesso abbraccio, fosse salvifico, fosse la cura stessa, fosse il nutrimento.

E poi arriva il momento di cambiarla quella pelle o meglio di abbandonarla.
E rimani nuda, più delicata e ti proteggi, ti difendi.
Inizi a sentire anche il vento che alza la peluria sui pori e ti accorgi che sei ancora viva.
Viva nonostante tutto.
Nonostante quel dolore.
Nonostante quell’abbraccio forzato.
Nonostante lo tsunami devastante per il quale continuerai a raccogliere pezzi nel fango che ti ha impantanato e lo farai per molto, molto tempo ancora.

Ma a quel punto i ricordi inizieranno a non fare più male, non saranno più così assordanti e diventeranno qualcosa di piacevole che accompagna la memoria.
Diventeranno una scelta.
Affioreranno con garbo e non più con prepotenza. Faranno meno rumore e regaleranno anche qualche sorriso. Inizierai a guardarli come dei figli, come l’eredità di qualcosa che non muore mai ma diventa altro.
Diventano la strada che hai battuto, i passi che hai corso. Diventano il perché.
Quel perché che inizia a trovare un senso, una ragione, che inizia ad insegnarti qualcosa.

E poi arriva addirittura la fierezza.
La capacità di guardarsi e di rivedere dall’alto quel corpo in un mare di onde agitate che è riuscito a non affondare. È riuscito a tenersi a galla, a rimanere in vita nonostante la pioggia battente, la mancanza di forze, nonostante l’ipotermia, il fluttuare incessante, malgrado l’acqua ingoiata e il sale negli occhi e senza neanche una boa, un tronco a cui aggrapparsi stremato per riprendere forza ed energia e forse scegliendo inconsciamente di non accettare lanci di cime.
Sopravvissuto alla tempesta.

E finalmente un giorno intravedi terra.
È vicina ma bisogna raggiungerla, bisogna ancora meritarsela per essere sicuri che sia quella giusta. Che una volta approdati saremmo in grado di costruire davvero ripartendo da noi, dai nostri desideri, da quello che ci siamo conquistati nella tempesta.
Il mare non ha restituito un cadavere, non ha trascinato a riva un corpo inerme.
Il mare lo ha forgiato, lo ha temprato, lo ha reso più forte.
Non è facile camminare di nuovo, le gambe sono provate e tremano, i vestiti inzuppati pesano, gli occhi pieni di sale bruciano.
Non è la condizione sperata, agognata ma è la realtà.

Una realtà nuova, un nuovo volto, una nuova coscienza.
La coscienza di chi sa che si sopravvive a tutto, che si superano i pensieri di morte, di fallimento.
E cammini eretto con questo sguardo sul mondo di chi porta una medaglia infilata nella carne del petto.
Come chi vorrebbe dire a tutti guardatemi come sono stata brava.
Guardate come mi sono salvata da sola.
Con quanta maturità non mi sono persa, non sono annegata, non ho chiesto aiuto, non ho ceduto, non mi sono piegata, non ho opposto resistenza, non sono tornata indietro.
Sono stata in grado di non riempiere quel vuoto vertiginoso con tutto il possibile.

La vedete anche voi la mia forza?!
Sapete perché sono diventata forte?
Perché ho saputo tenermi stretta, ho saputo tenermi con le mie braccia.
Ho saputo arrendermi e accettare.
Ho saputo cadere, ho saputo fallire.
Ho saputo leccarmi le ferite.
Ho saputo piangere.
Ho saputo disperarmi e lasciarmi andare.
Ho saputo attendere una nuova alba.


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