L’epidemia di Covid-19 e la negazione della morte

Voglio riportare le parole di una grande donna, Marie de Hennezel, scrittrice e psicologa che illumina il nostro sguardo sulla situazione del mondo sotto COVID.

Estratto dal giornale ′′Le Monde′′ del 04 maggio 2020:

L’epidemia di Covid-19 porta al suo parossismo la negazione della morte”: fustigando la “follia igienista” che, con il pretesto di proteggere i più anziani, impone loro condizioni disumane”, la scrittrice e psicologa ritiene che la crisi sanitaria metta a repentaglio il rispetto dei diritti delle persone alla fine della loro vita.

Se la negazione della morte è una delle caratteristiche delle società occidentali, l’epidemia dovuta al SARS-CoV-2 illustra il suo parossismo.
Dalla seconda guerra mondiale questa negazione si è solo amplificata, con il progresso tecnologico e scientifico, i valori giovanili che ci governano, basati sull’illusione del progresso infinito, sulla promozione dell’effettività, della redditività, del successo.
Oggi si manifesta una messa a tacere della morte, un modo di nasconderla, di non pensarci, con la conseguenza di un’enorme angoscia collettiva di fronte alla nostra condizione di essere umano vulnerabile e mortale.

Questa negazione della morte ha avuto tre conseguenze. La prima a livello individuale, non aiuta a vivere. Sta impoverendo le nostre vite. Fingendo che la morte non influisca sul nostro modo di vivere, crediamo di vivere meglio, ma accade il contrario.
Spesso restiamo sulla superficie delle cose, lontano dall’essenziale.
Poi questa negazione mantiene un’illusione, quella dell’onnipotenza scientifica e tecnologica, quella del progresso infinito. Con questa incredibile fantasia: immaginare che un giorno si possa avere ragione sulla morte.
Infine, la negazione della morte ci porta ad ignorare tutto ciò che è vulnerabile.
E’ responsabile della perdita di umanità, della perdita della cultura dell’accompagnamento, con le sofferenze ad esso associate.
Del vero senso dell’esistenza.
Dal 1987, con l’arrivo delle cure palliative in Francia, iniziò una lunga lotta per uscire da questa negazione. Nel 2005, durante l’audizione in Parlamento, in vista della legge sui diritti dei malati e alla fine della vita (detta legge Leonetti), la sociologa Danièle Hervieu-Léger aveva avuto questa riflessione: “La negazione della morte si vendica negando la vita. La morte che non ha il suo giusto posto finisce per invadere l’intera esistenza. Così la nostra società è diventata sia thanatofobica che mortifera.′′ La negazione ancora persiste.

L’epidemia attuale lo illustra fattualmente. La paura della morte domina. Invece di svelare il nostro destino a tutti, una realtà su cui bisogna meditare perché è inevitabile, la morte diventa il nemico da combattere. Bisogna quindi non proteggersi o non proteggere gli altri? ovviamente no. Ma questa responsabilità deve essere lasciata a tutti e non emanata da un potere medico diventato onnipotente, che continua oggi la sua fantasia di sradicare la morte, di preservare la vita a tutti i costi, a scapito della libertà della persona. Le conquiste sulla dignità del morire e sul rispetto dei diritti delle persone in fin di vita sono brutalmente danneggiate.
Non metto in discussione l’accanimento con cui medici e badanti, a rischio della propria vita, curano pazienti che hanno ancora voglia di vivere. Metto in discussione la follia igienista che, col pretesto di proteggere gli anziani, giunti nell’ultima traiettoria della loro vita, impone situazioni propriamente disumane. Ha senso confinare una persona anziana che, nel suo cuore, è già relativamente in pace con l’idea di morire?
Di impedirgli di vivere le ultime gioie della sua vita, vedere i suoi figli, abbracciarli, vedere i suoi amici, continuare a scambiarsi con loro? Chiediamo loro la loro opinione, la loro scelta? Chiediamo ai parenti cosa è più importante per loro: correre il rischio di prendere il Covid-19 prendendo un’ultima volta tra le sue braccia un parente amato e salutarlo? O proteggersi dal rischio di un senso di colpa che li avvelenerà per molto tempo? Questa negazione della morte è drammatica e la lotta contro la morte è vana.

Non misuriamo le sofferenze che nasceranno dall’erosione dell’umano quando il distanziamento sociale diventerà la norma, come le disuguaglianze che questa paura della morte avrà indotto, le disperazioni, le depressioni, le violenze, la voglia di suicidio. Dopo il contenimento realizzeremo il male che sarà stato fatto privilegiando la vita a scapito della persona. Perché cos’è una persona? Altrimenti un essere umano che, sapendo mortale e meditando sulla sua fine, viene rimandato all’essenziale, alle sue priorità, alle sue responsabilità familiari, alle vere domande sul senso della sua esistenza.

Fortunatamente, quando la nostra società avrà raggiunto l’apice della negazione della morte, inizierà anche il suo declino.

Molti sono coloro che, già nel silenzio del loro confino, meditano oggi sul senso e sul valore della loro esistenza, sul tipo di vita che vogliono davvero condurre. Una vita di ritorno alle cose semplici, una vita in cui il contatto con chi si ama conta più di ogni altra cosa, dove la contemplazione del bello e della natura partecipi alla gioia di vivere.
Una vita in cui non si abbandonano i più vulnerabili, dove prevale la solidarietà umana. Una vita che rispetti i riti essenziali che scandiscono l’esistenza e riunisce la comunità dei vivi: nascita, matrimonio, morte. Una vita in cui il dovere di accompagnamento di chi sta per morire impone naturalmente la presenza, le parole d’addio, insomma di entrare in quella che lo psicanalista Michel de M’Uzan (1921-2018) chiamava “l’orbita funeraria del morente”.

traduzione a cura della pagina Narcisismo Patologico

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