Eri tutto, ma tutto passa

Un’altra condivisione da chi ne è uscita.
Un’altra condivisione di chi a forza di farcela ce l’ha fatta.

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“Passa. Perchè, davvero, passa. È che quando sei li dentro, cioè il secondo dopo che ne sei uscita, pensi, senti, immagini – anzi hai la certezza – che non passerà mai. Che non potrà passare mai quel dolore li. Che la faccia che vedi allo specchio, che sai che è la tua, ma non ti appartiene, te la dovrai portare avanti tutti i giorni. Che quel corpo che cammina, respira, esce, lo fa in preda ad un arcano automatismo, ma non sente niente.
E invece passa.
Non racconterò la mia storia, diversa per nomi, luoghi e cronache, ma identica nella sostanza a quella di tutte le altre. La storia di donne che nel loro percorso hanno inciampato in un uomo cattivo. Lo so che esistono anche donne così, ma la mia è una storia femminile e di questa io so.
Quando è toccato a me, quando una mattina di fine estate ho scoperto quello che per tempo non avevo visto e che per altro tempo non ho voluto vedere, mi sono sentita come se, in un giorno qualunque, uno sconosciuto per strada mi avesse preso a pugni e a calci. Colpendomi tutta. Il mio essere donna, amica, amante, madre, compagno, persona, corpo, respiro, pensiero. Tutto. Lo sconosciuto mi aveva lacerata e al contempo lasciato anche un fardello insostenibile di paura. La indossavo la paura.
E la paura veniva da una domanda con cui condividevo il tempo infinito di notti e giorni: perchè?
Finisco qui la cronaca dell’orrore, perchè a quella domanda ho dato risposta solo dopo un congruo tempo fatto di azioni che mi hanno salvato la vita.
Ho “abusato” del mio terapeuta.

E ho “abusato” anche di quel patrimonio dell’umanità che sono le amiche. Telefonavo loro, alle volte, con una sola richiesta: “dimmi che passa”. Non volevo sentire altro. Volevo solo che qualcuno, che ancora apparteneva alla vita vera, mi dicesse “passa”, anche senza credergli. Mi serviva il suono di quelle parole.

Ho letto. Ho letto tutto quello che ho potuto leggere sul narcisismo patologico. In particolare il blog di Marina Marconato mi ha davvero folgorata. Mi riconoscevo in ogni singolo passaggio, come quando leggi il bugiardino di una medicina azzeccata per la tua malattia. Ho letto, riletto, e ancora letto e riletto “Questo amore fa male” di Jackson MacKenzie.

Sono stata a casa molto. A piangere e a pensare in loop a tutti i particolari che disegnavano, uno posto accanto all’altro, una trama orribile e perfetta. Volevo solo sentire male e quel dolore l’ho “accolto” tutto.

Ho cancellato le foto, bruciato le lettere, i biglietti di auguri, buttato i regali e ogni singola cosa rappresentasse la sua presenza. L’ho bloccato in ogni dove.

Ma, sopratutto, non ho mai ceduto alla tentazione di voler avere quella risposta da lui.
Questo credo in fondo sia stata la cosa che più di tutte mi ha aiutata.
Ah, ho anche fumato un trilione di sigarette, ma questa è un’altra storia.
Lo so che non sono una vostra amica, ma passa.
Promesso.”

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