Ci sono gli esseri umani e ci sono i narcisisti: non si può essere l’uno e l’altro.

Come poche altre cose nella vita, il sesso è puro piacere. Intorno ad esso ruotano soprattutto i sentimenti, ma ad un grado di complessità davvero esagerato, e tale da influire pesantemente sulla problematica di ogni coppia. Inevitabilmente, in molte circostanze, la relazione sessuale arriva ad emulare una vera e propria battaglia, con tanto di logistica, tattica e strategia, o quanto meno si stabilizza come un sottile inconscio gioco di potere. Il rifiuto è la tecnica femminile più praticata, con modalità ricattatorie, e ad ogni insoddisfazione di qualsiasi genere si risponde con una negazione di prestazione. In questo caso, il potere che si dimostra di detenere si esercita nel “non agire”, mentre la concessione ha il valore di un baratto, ed il desiderio necessita dell’alibi del sentimento. L’astinenza, allora, diviene l’arma principale di una “manipolazione affettiva”.
Nel maschio è più facile riscontrare un qualche “perverso” egoismo nella ricerca del piacere. Il partner viene reificato a strumento, se non proprio a feticcio.
Il perverso di carattere esprime la sua aggressività riducendo ad oggetto ogni comune agente, “feticizzandone” l’intero corpo.
Il manipolatore sadico si trasforma in un “bastiancontrario” e si comporta sistematicamente in maniera da deludere ogni vostra aspettativa. Difatti, le manifestazioni della violenza sono molteplici, a partire dalle torture morali e dalle pressioni psicologiche, spesso peggiori delle molestie fisiche, anche se si tollera meglio la “dipendenza“.
Delle forme particolari di aggressività vanno considerate pure l’impertinenza e l’ironia. L’ostilità si maschera con il sarcasmo; si fa intendere di non attribuire il giusto peso alle parole o si invita ad afferrare il contrario di quanto si è proferito. Il vero messaggio si nasconde sotto il tono di voce e dietro l’umorismo. Con sopracciglia aggrottate, sguardo di disapprovazione, sorrisetto ironico, si comunica in maniera non verbale molto più di quello che si dice. Se il dialogo si inceppa, perché ci si dimostra non coinvolti, già con questa mancata partecipazione si fa opposizione.

accuse_0Un meccanismo di difesa che consente di non riconoscere i propri difetti consiste nell’attribuirli ad altri (proiezione). Ed anche qualora fosse masochista, alla ricerca attiva della propria sofferenza, il perverso tenderebbe comunque ad avere, e mantenere, il predominio.
La violenza fisica diretta è sinonimo di malcelata perversione, paranoia, o alcolismo…
La collera si scatena principalmente contro gli oggetti e le vittime della violenza tendono a “somatizzarla”. Se la prima è una vera e propria minaccia, la “reazione” funge da “ricatto” che colpevolizza, in quanto il pensiero razionale è ormai caduto nella trappola delle emozioni. Il rischio che corre non frena il perverso, anzi lo eccita, mentre svilimento e mortificazione abbassano l’autostima della vittima, così come la soglia di difesa dalle malattie psicosomatiche.

Il corpo è il principale recettore di messaggi della psiche. Attraverso la sofferenza ci avverte. Sentimenti, emozioni, persino pensieri, vengono registrati dall’inconscio.
Le sensazioni negative, di paura, colpa, rabbia, delusione, tristezza ledono la psiche ma si propongono quali sintomi fisici e, con l’intensificarsi del dolore morale, si organizzano in sindromi, malattie, quanto meno segnali di “stress”, di cui uno dei più grandi procuratori è proprio il soggetto manipolatore.

DOC-OCD.jpgLe persone divenute bersaglio di violenza psicologica, impotenti a rispondere con misure di “contro-manipolazione”, inesorabilmente si avviano ad implodere, e, non potendo metabolizzare a livello emotivo, somatizzano le reazioni inconsce del loro disagio.
E la rabbia interiorizzata diventa depressione.

Per la personalità, l’autostima è di assoluta importanza nel mantenimento dell’equilibrio psichico, fondamentale insomma.
In “L’estime de Soi” (1999), André e Lelord la fanno poggiare proprio sull’amore e la fiducia, oltre che sull’autovalutazione. L’amore per se stessi, proveniente da quell’affetto incondizionato donatoci durante l’infanzia, supporta un indispensabile rispetto di noi, che avvia il cammino verso la realizzazione delle aspirazioni. Dalla fiducia nella nostra persona si origina il sentimento di adeguatezza nell’impiego delle proprie capacità.
Tra la consapevolezza dei propri limiti e la sicurezza del possesso di determinate qualità, è questa visione di sé a spingerci verso il futuro. Eventualmente il punto critico si incontra laddove la certezza del successo viene ottenebrata dal timore della delusione.

Ad alimentare l’autostima è, dunque, l’amore ed il rispetto che gli altri ci manifestano. Un rapporto affettivo “manipolato”, inevitabilmente, procura una frattura narcisistica destinata a non ricomporsi in assenza del ripristino di un clima di fiducia e senza il sostegno di un processo di de-colpevolizzazione. Poiché la paura paralizza ed il timore di una sofferenza maggiore cronicizza quella attuale.

I caratteriali manipolatori si prefiggono di esercitare sulle loro prede una deleteria influenza psicologica, mostrando dei modi affascinanti che conquistano le vittime, convincendole a lasciarsi coinvolgere in relazioni nelle quali sin dall’inizio proveranno un forte disagio. Una violenza psicologica, invisibile ed impalpabile, risulta molto più subdola e distruttiva della franca aggressività; e poi uomini e donne non hanno la stessa percezione della situazione in cui sono incappati; eppure, i manipolatori hanno un comportamento stereotipato e le loro mosse potrebbero essere prevedibili.
Quali primi rimedi, nei rapporti con un manipolatore, occorre saper riconoscere le menzogne, il capovolgimento della realtà, la vittimizzazione del carnefice, specialmente per evitare di interiorizzare quei desideri distruttivi alla base delle idee auto-aggressive, o francamente suicide. L’introspezione che si adotta nella terapia di coppia dei cosiddetti “normonevrotici” sarebbe impraticabile. Dopo la vittimizzazione e la conseguente colpevolizzazione, la negoziazione di un periodo di riflessione, nella speranza che qualcosa cambi, costituiranno ulteriori, perversi tentativi di destabilizzazione mentale da parte del “vampiro psicoaffettivo”; perché la caratteristica principale della personalità manipolativa è l’affermazione di sé a tutti i costi ed, a questo scopo, arriva a fare carte false pur di trasformare la realtà a suo esclusivo vantaggio. Nonostante le continue minacce di farlo, le sue plateali richieste di separazione o di divorzio, come i finti propositi suicidi, non sono effettive intenzioni, ma ulteriori strumenti di manipolazione in modo da imporsi e controllare la vita degli altri.
Chi non sopporta di lasciarsi sfuggire la preda arriva a minacciare di compiere un suicidio. Ed anche qualora questo non venga tentato, la semplice minaccia risulta colpevolizzante.
Molto spesso a colpevolizzare è una perseverazione nel “non senso”. Il substrato del sentimento di colpa può non essere razionale ed anche una convinzione di una colpa del tutto immaginaria influisce sulla capacità di giudizio. Come diretta conseguenza della disfunzione del perverso, la comunicazione si presenta gravemente disturbata, in quanto ad individui patologici non possono che corrispondere relazioni anormali.
La goccia che fa traboccare il vaso nel determinare la scelta della separazione non sempre, né necessariamente consiste nella scoperta dell’infedeltà del coniuge. Oltre alle emozioni ci sono delle “cognizioni” che con la loro costante interazione impediscono di prendere una decisione definitiva, nonostante l’accumulo di fatti redibitori. Però, di fronte ad un’inammissibile mancanza di sostegno, ad una manifestazione di follia o ad uno scatto di violenza fisica, le ragioni per non restare appaiono sempre più vitali e meno procrastinabili.
La fase che precede la decisione definitiva comporta inevitabilmente un’inutile perdita di tempo, a causa delle “credenze paralizzanti”. La sofferenza però non può trovare giustificazione alcuna nella simulazione di un’unità familiare del tutto “non strutturante”. “ Un manipolatore risponde ad un modello psicologico e comportamentale patologico – scrive Isabelle Nazare-Aga, in “La manipolazione affettiva” (Castelvecchi, Roma, 2008)– La sua influenza agisce su tutti quelli che lo circondano e non soltanto sul partner… Sono dell’idea che un bambino si strutturi in modo più sano vivendo con un solo genitore, ma sereno, piuttosto che con due genitori, uno squilibrato (patologico), e l’altro destabilizzato dal primo”.
Per uno scambio proficuo di idee è assolutamente indispensabile che il discorso si mantenga coerente. Il continuo capovolgimento delle affermazioni spiazzerebbe chiunque. Alla destabilizzazione contribuiscono le sofisticazioni lessicali e sintattiche, le quali solo apparentemente renderebbero il linguaggio, diciamo per dire, “erudito”, mentre è essenzialmente contorto, se non proprio inafferrabile.
Le parole cariche di odio hanno un impatto emotivo violento, perché devastante si rivela ogni molestia psicologica. La cognizione dicotomica, che esclude le intermediazioni e si esprime nell’ordine del tutto o nulla, non fornirebbe alcun apporto allo scambio di vedute. La comunicazione così segue per lo più il percorso assurdo di un labirinto senza vie d’uscita.
Le modalità comunicative perverse possono, a ben ragione, essere assimilate al delirio. La contraddizione diviene paradossale, oppure si intreccia in quella duplice stretta (double bind) che Gregory Bateson (1956) aveva evidenziato nelle famiglie schizofreniche e che, in forma attenuata, si ripropone in certe relazioni di coppia. La compresenza di due propositi contraddittori rende impossibile rispondere contemporaneamente ad entrambi.
Il procedimento perverso consiste soprattutto nel porre l’altro in una situazione paradossale per poi poterlo rimproverare della contraddizione in cui è stato messo. Nel contesto di una relazione (diciamo così) “normonevrotica”, ogni perplessità si avvierebbe spontaneamente a risolversi in una negoziazione che avvicini quanto più possibile al definitivo appianamento. Nei rapporti con un caratteriale invece prevale la logica perversa dell’ambiguità, o della psicopatia, se non proprio della psicosi. Hurni e Stoll, ne “La haine de l’amour- la perversion du lieu” (1996), rilevano come la manipolazione della realtà tende effettivamente a distruggere la “dimensione soggettiva dell’altro”.
L’amore dovrebbe far emergere il meglio da chiunque, in quanto è la spinta più forte verso l’elevazione morale, un sostegno che genera benessere e gioia. Il luogo dove anche una critica formulata con sentimenti positivi risulta estremamente costruttiva.
“Il vero amore non è soltanto un sentimento positivo, è anche una forza fantastica per elevarsi, per permettere al partner di crescere ed evolversi verso il meglio di se stesso”. Isabelle Nazare-Aga, in “La manipolazione affettiva”, definisce questo affetto profondo e complesso: “la volontà di superare se stessi allo scopo di accrescere la propria evoluzione spirituale o quella di qualcun altro”.

mente-collettiva-dualita-bene-e-maleGià nel 1978, M. Scott Peck, in “The Road less Traveled and Beyond”, aveva definito “il Male come l’esercizio di un potere politico, cioè come l’imposizione della propria volontà sugli altri con la forza, in maniera evidente o nascosta, con lo scopo di evitare di superare se stessi e di incoraggiare l’evoluzione spirituale. La pigrizia ordinaria è il non-amore, il Male è l’anti-amore… Esistono veramente persone e istituzioni che rispondono con l’odio alla bontà e che, per quanto è loro possibile, distruggono il bene… Poiché l’integrità del loro io malato è minacciata dalla salute spirituale di coloro che li circondano, cercheranno, in tutti i modi, di schiacciarla e distruggerla”.

Accidia, invidia, come ”schadenfreude”, e gelosia, sono differenti gradazioni di sadismo morale. La gelosia rientra in quella relazione che esclude la presenza di terzi. L’immaturità aspira ad una fusione totalizzante, destinata a rimanere inesorabilmente insoddisfatta, perché non permette che il proprio partner sia ammirato, o persino guardato. L’impulso possessivo si rivela distruttivo e, dietro il tentativo di dominio, nasconde “dipendenza” affettiva. Un unico oggetto invade, in maniera pervasiva, il dipendente che trascura tutti gli altri aspetti della vita. Potrebbe trattarsi di una “co-dipendenza” da altri che, a loro volta, sono dipendenti (da alcol o droghe). E’ forse il caso delle “carmelitane della nevrosi” di René Laforgue.

candy_10I manipolatori attraggono quanti, anche in buona fede, ma decisamente con ingenuità, intendono essere d’aiuto, persino a proprio discapito. Comportamento questo definibile quale “sindrome del Salvatore” (salva tutti), di certo più tipico del sesso femminile. In “Etre à deux ou les traversées du couple” (1993), Josette Stanké definisce tale sollecita dedizione una vera e propria “distorsione affettiva”. “Un amore che non ha la certezza di poter essere reciproco… Rendere l’altro il proprio centro di gravità, la propria ragion d’essere, il proprio compito quotidiano, è un modo di assediarlo, di assicurarsi la sua presenza, di invadere la sua vita”.
Robin Norwood ha descritto ”Donne che amano troppo” (Lyra, Como 1987) e conoscono invece una profonda angoscia perché cercano di risanare delle relazioni instabili con uomini problematici. Nel misurare la sofferenza come parametro del loro amore, pur di non rimanere sole, ed occuparsi di loro stesse, accettano di accompagnarsi a chi non si interessa veramente di loro e non le ricambia.
“La dipendenza spinge verso un oggetto d’amore non soddisfacente, anzi distruttivo… – dice Isabelle Nazare-Aga, in “La manipolazione affettiva”,- La dipendenza servirebbe a camuffare un eccesso di emozioni inespresse e spesso non identificate”.

Come ha fatto John Bradshaw in “Healing the Shame that Binds You” (1988), si potrebbe allora parlare di “malattia delle emozioni”, alla cui base starebbero sentimenti interiorizzati d’abbandono e di vergogna. Ed, in effetti, per molti la separazione simbolica dalla madre non sarebbe mai avvenuta; e l’autonomia non si sarebbe fortificata per carenze di certezze circa il proprio valore intrinseco.
La dipendenza è però soprattutto una “patologia del legame con l’oggetto”.
Il vero oggetto è proprio il legame, la relazione stessa, senza la quale prende il sopravvento un’insopportabile sensazione di vuoto.
Nella coppia perversa, ciascuno dei due partecipa al gioco di equilibrio sadomasochista. Allorquando le relazioni tra perversi non si interrompono per tempo, si deve desumere che si sia instaurata della complicità, con stimolazione reciproca verso una perversità che non esclude quella sessuale, anche se per lo più si tratta di sadismo o masochismo morale.

Nel processo di costruzione di un’eventuale relazione, la fase della seduzione presuppone il bisogno di piacere, di “far colpo”, ricorrendo al proprio aspetto migliore. Nell’innestare una manovra manipolatrice, lo sforzo sarà quello di mostrarsi inevitabilmente diversi da ciò che si è, per riservarsi di cambiare atteggiamento una volta assicurato il successo sul campo.
Il sistema di codici sociali e culturali da impiegare nella fase di seduzione possono non corrispondere dappertutto. E, se le modalità sono di tipo linguistico, la regola del gioco può non essere verbale. L’autenticità, in ogni caso, non rientra tra le armi di seduzione del manipolatore, abituato ad intrappolare con l’inganno.
Il manipolatore è, insomma, un “perverso narcisista”; benché nel narcisismo patologico rientri anche il “perverso di carattere” (o “manipolatore perverso”), ed il vero e proprio perverso sessuale.. Quest’ultimo avrebbe più a che vedere con esibizionismo, sadomasochismo, ecc. Ma il concetto di narcisismo, coniato da Havelock Ellis nel 1898, è stato in seguito da Freud desessualizzato sino a maggiormente corrispondere ad una perversione sistematica. Si parla, quindi, di “perversione di carattere” in seno al narcisismo, in prossimità della “perversione narcisistica”, propria del manipolatore.

Quella del manipolatore perverso è una perversità affine alla depravazione del sadismo morale. Il perverso di carattere (manipolatore perverso) ha una personalità conflittuale, mentre il perverso narcisista è più subdolo, agisce senza destare il minimo sospetto, anzi riesce a suscitare compassione. Il perverso di carattere è più presuntuoso, più intransigente ed aggressivo. Reagisce alle frustrazioni in maniera esagerata e trae piacere dall’umiliare la sua vittima. Del resto, il piacere del dominio non è che un tipico sentimento perverso. Il manipolatore perverso mostra un atteggiamento palesemente morboso, un comportamento destabilizzante, un’ideazione strategica. Va alla ricerca di stimoli distruttivi, non ha scrupoli, restando immune dai sensi di colpa. Poiché non si fida di nessuno, non ha amici, bensì complici. La depravazione sessuale la esterna in un linguaggio crudo e grossolano, francamente volgare, ma, quel che è peggio, lo attualizza in stupri ed incesti. Nella diagnosi differenziale, si possono, comunque, distinguere nettamente dai paranoici, in quanto la struttura mentale di questi ultimi risulta di impedimento ad ogni relazione affettiva, mentre i perversi di carattere si servono dell’altrui narcisismo, e lo manipolano, per rafforzare l’incompletezza del loro Io.
Il manipolatore relazionale è un tipo di personalità patologica narcisista, egocentrica; un vampiro psico-affettivo che si nutre dell’essenza vitale delle sue prede. Critica, disprezza, colpevolizza, ricatta, ricordando agli altri i principi morali od il perseguimento della perfezione, ma questo solo quando gli torna utile. E per raggiungere i suoi scopi ricorre a raggiri, ragionamenti pseudo-logici che capovolgono le situazioni a suo proprio vantaggio. Spesso la sua comunicazione è paradossale: messaggi opposti in double bind, a cui è impossibile rispondere senza contraddirsi; oppure deforma il significato del discorso. Si auto-commisera, si deresponsabilizza, non formula richieste esplicite e chiare. Eppure non tollera i rifiuti, vuol sempre avere l’ultima parola per trarre le sue conclusioni, pur non condivise. Muta opinioni e decisioni. Soprattutto mente, insinua sospetti, riferisce malintesi . Simula somatizzazioni ed autosvalutazioni, ma dimostra sostanzialmente disinteresse affettivo.

Si tratta, insomma, di personalità disturbate e disturbanti, con cui ci si può legare sentimentalmente per venire immancabilmente destabilizzati dalla loro perfida influenza.

(fonte purtroppo scomparsa. dal blog: Guerra al Narcisismo – http://guerra-al-narcisismo.blogspot.it di Alexa)

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3 risposte a Ci sono gli esseri umani e ci sono i narcisisti: non si può essere l’uno e l’altro.

  1. Laura ha detto:

    Esattamente 🙂

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  2. Babadook ha detto:

    Un articolo illuminante. La fonte è scomparsa… peccato! Non c’è modo di risalire all’autore?

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